L'omosessualità nell'Impero russo del XVIII secolo: leggi omofobe importate dall'Europa e la loro applicazione
Da Pietro I ad Alessandro I.
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Il XVIII secolo segnò per la Russia il passaggio al rango di una delle principali potenze europee. Fu in questo periodo che lo Stato sancì per la prima volta nel diritto laico una pena per i rapporti omosessuali maschili. Sotto Pietro I, nel 1706, fu introdotta in Russia una norma particolarmente severa, mutuata dalla pratica dell’Europa occidentale: la pena di morte sul rogo. Inizialmente, questa misura si applicava solo ai militari, e in particolar modo ai soldati.
In questo articolo esamineremo come siano nate in Russia le prime norme contro il reato di sodomia (muželožstvo) e quale fosse, in generale, l’atteggiamento verso l’omosessualità nel Settecento. A tale scopo, analizzeremo alcuni casi penali, la lettera d’amore di un nobile al suo cocchiere, le accuse di violenza nei confronti dei servi della gleba e uno scandalo avvenuto in un monastero.
Il grado di condanna e persecuzione delle relazioni omosessuali è mutato nelle diverse epoche della storia russa, dipendendo dal ruolo della Chiesa, dalla posizione delle autorità, dalle norme sociali e dalla natura complessiva della cultura giuridica.
In molti periodi della storia russa, l’atteggiamento verso l’omosessualità fu più mite rispetto a quello di altri Paesi. Tuttavia, non lo si può definire né come un percorso di continua tolleranza, né come una storia di costante repressione. Si trattò piuttosto di oscillazioni: da un’accettazione relativamente serena si passava a pene severissime.
Il Settecento può essere considerato l’inizio della transizione da una reazione relativamente mite al perseguimento penale.
Una finestra sull’Europa e le prime pene laiche sotto Pietro I
Tra il 1697 e il 1698, Pietro I compì un viaggio in Europa occidentale come parte della “Grande Ambasciata”. Si trattava di un’imponente missione diplomatica volta a rafforzare i legami della Russia con gli altri Stati e a favorire l’acquisizione dei modelli di governo occidentali. Pietro visitò, tra le altre nazioni, l’Inghilterra e i Paesi Bassi, dove le relazioni tra persone dello stesso sesso erano considerate un grave crimine contro la morale pubblica, punibile con la morte.
Pietro il Grande mirava a riorganizzare lo Stato secondo il modello europeo, e l’esercito divenne uno dei principali campi di riforma. Nacque così un esercito permanente dotato di regolamenti unificati, di una disciplina, di un addestramento e di un preciso sistema di punizioni.
Nella stesura delle nuove norme, Pietro studiò i codici militari dell’Europa occidentale, ossia le raccolte di regole con cui si giudicavano e punivano i soldati. Molti di essi menzionavano specificamente il “peccato di sodomia”. Fu proprio questa logica giuridica a diventare in seguito il punto di riferimento anche per le leggi militari russe.

Nel 1706 la Russia introdusse per la prima volta una sanzione laica per le relazioni omosessuali. Essa comparve nel Kratkij artikul (“Articolo breve”). Il documento fu redatto sulla base del Codice militare sassone (ossia sui modelli giuridici dei territori germanici) ed ebbe come autore il tedesco Heinrich von Huyssen, che era al servizio di Pietro I e partecipò attivamente alle sue riforme.
Inizialmente questo codice penale militare era destinato agli stranieri al servizio della Russia, reclutati in Europa. In seguito fu tradotto ed esteso alla cavalleria russa sotto il comando del principe Aleksandr Danilovič Menšikov.
Il Kratkij artikul prevedeva la condanna al rogo per i rapporti omosessuali. Di per sé, questa forma di esecuzione capitale era usata di rado, di solito per casi specifici legati all’“eresia”. Tuttavia, non sono stati trovati documenti che confermino l’effettiva applicazione di questo specifico articolo.
«Capitolo III. Dell’adulterio, ovvero di ciò che pertiene a ciascuno.
- Chi commetterà innaturale adulterio con una bestia, o se un uomo si macchierà di tale vergogna con un altro uomo, costui sarà giustiziato e arso; la medesima punizione attende coloro che compiono atti di lussuria con i fanciulli.»
— dal “Kratkij artikul”
Dieci anni dopo, nel 1716, in Russia fu introdotto il Voinskij ustav (“Regolamento militare”) di Pietro il Grande. Si trattava di un atto normativo molto più completo che definiva l’ordinamento del servizio militare, descrivendo in dettaglio i reati dei soldati e le relative sanzioni.
Anche il nuovo regolamento venne formulato attingendo dall’esperienza estera. Vi furono incluse idee e diciture tratte dallo statuto militare svedese, dalle norme giuridiche sassoni e francesi, così come le disposizioni del precedente Kratkij artikul.
Il Voinskij ustav elencava un’ampia serie di reati: tradimento, risse, furto, tentato suicidio e altre trasgressioni. Rispetto agli ordinamenti precedenti all’era di Pietro, appariva particolarmente drastico. La pena di morte poteva essere comminata non solo per omicidio e tradimento, ma anche per stregoneria, blasfemia, dichiarazioni oscene sul sovrano, insulti ai generali, incesto e persino per il furto, qualora l’ammontare superasse i venti rubli.
Tra le azioni perseguibili figurava anche la “sodomia”, ripresa dal Kratkij artikul. Tuttavia, nella nuova redazione del testo, la pena venne attenuata.
Se le relazioni erano considerate consensuali, venivano comminate punizioni corporali, come le fustigazioni. L’uso della forza, invece, rendeva il reato molto più grave: in tal caso, gli imputati rischiavano la pena di morte o la condanna alle galere. Le galere erano grandi imbarcazioni a remi, e la condanna ai lavori forzati sulle galere comportava un duro lavoro fisico in condizioni estreme e per lunghi periodi, a volte a vita. L’introduzione di questa specifica punizione è solitamente associata all’influenza dei codici militari svedesi.
Nel 1720 fu adottato il Morskoj ustav (“Regolamento navale”), il quale stabilì pene simili per il personale della flotta e adattò i princìpi del Voinskij ustav al servizio marittimo.
«Capitolo XX. Del peccato di sodomia, della violenza e della lussuria.
Articolo 166. Se alcuno profanerà un fanciullo, o se un uomo sodomizzerà un altro uomo, costoro, come menzionato nel precedente articolo, dovranno essere puniti (ndr – con una severa punizione corporale). Se invece l’atto verrà compiuto con la violenza, allora andranno puniti con la morte o con l’esilio a vita sulle galere.»
— dal “Voinskij ustav”
I documenti d’archivio recano effettivamente traccia di casi in cui “un uomo sodomizza un altro uomo”, ma risulta difficile valutare la reale portata di tali persecuzioni. In tutto il XVIII secolo si contano non più di cinquanta procedimenti penali con accuse di natura omosessuale, e ancor più raramente venivano emesse sentenze di condanna. Inoltre, a partire dal 1744, la pena di morte in Russia fu limitata ai crimini contro lo Stato, tanto che tra il 1741 e il 1761 non venne eseguita alcuna condanna a morte nell’intero Paese.

In quello stesso periodo, in Europa si puniva con molta più asprezza. Nei Paesi Bassi, tra il 1730 e il 1731, ebbero inizio persecuzioni di massa nei confronti degli omosessuali che assumevano i contorni di una vera e propria “caccia alle streghe”. Venivano accusati di provocare disastri naturali, come terremoti e inondazioni. Per queste accuse furono giustiziate circa trecento persone.
L’era petrina e i costumi di corte
In epoca rinascimentale e all’inizio dell’Età Moderna presso le corti europee, specialmente quella francese, la promiscuità e la disinvoltura sessuale erano considerate all’ordine del giorno. Le fonti e le testimonianze di alcuni autori parlano di innumerevoli relazioni, della totale assenza di salde norme di fedeltà, nonché di orge di gruppo e incesto. Già nel XVII secolo, in Europa occidentale, si iniziò a cercare di limitare questi eccessi.
In Russia, il processo seguì vie diverse. All’interno delle élite si verificarono simultaneamente due movimenti: un’evidente emancipazione rispetto all’epoca precedente e, al contempo, un processo di “civilizzazione”.
Tali mutamenti sono spesso associati alla figura di Pietro il Grande. Il principe e pubblicista settecentesco Michail Ščerbatov scriveva che la “corruzione dei costumi” in Russia ebbe inizio proprio in epoca petrina:
«… i costumi, che in mancanza di un’altra forma di istruzione venivano corretti dalla fede, avendo perso tale sostegno finirono col precipitare nella dissolutezza; poiché questo esempio di violazione del sacramento del matrimonio, di per sé inviolabile, dimostrò che era possibile trasgredirlo senza subire alcuna punizione.»
— principe Michail Michajlovič Ščerbatov
Ščerbatov si riferiva prima di tutto all’élite. Ciononostante, non si dovrebbe immaginare l’epoca pre-petrina come un periodo interamente “casto” e rigoroso. I cambiamenti occorsi sotto Pietro resero alcune pratiche più visibili, maggiormente legittimate o semplicemente strutturate in modo diverso.
La lettera d’amore di un nobile al suo cocchiere
Un caso assai emblematico risale agli anni Quaranta del Settecento. Nell’Archivio di Stato russo degli atti antichi è conservata una lettera d’amore che un nobile pietroburghese, Andrej Ivanovič Molčanov (il quale ricopriva una carica di rilievo nella cancelleria della polizia), aveva scritto a un furmanščik locale, ovvero a un cocchiere.
«Amico mio Vasiljuška, benché tu sia grande di statura, sei piccolo nell’amore, segno che ormai non ti sono più necessario; non ti vedo da tre giorni e già mi sento solo; è un peccato che io mi sia abituato a te e non riesca a dimenticarti, mentre tu mi hai piantato in asso… martedì, se sarò ancora in vita, verrò a fare una sauna con te…»
— Andrej Ivanovič Molčanov, da un biglietto al suo cocchiere
Quando le autorità vennero a conoscenza della lettera, diedero avvio alle indagini. L’inchiesta non si focalizzò tanto sul fatto amoroso in sé, quanto sul suo significato sociale e professionale. Gli inquirenti cercavano di capire perché Vasiljuška intrattenesse dei “rapporti amorosi” con un consigliere della cancelleria di polizia e perché un uomo di umili origini stesse portando avanti una relazione così speciale con un esponente della nobiltà. Nella logica di un’indagine burocratica, un’intimità del genere avrebbe potuto celare una tangente, un abuso di potere o un qualsiasi altro reato di natura corruttiva.
Le verifiche non portarono alla luce alcuna corruzione né altri vantaggi illeciti. Dopo di che, l’interesse per la faccenda svanì e il caso fu archiviato. In quel momento storico, infatti, le sanzioni contro i rapporti omosessuali si applicavano unicamente ai militari, e Molčanov non lo era.

Caterina II: bozze di legge e ulteriori mitigazioni
In seguito alla morte di Pietro I, la Russia continuò ad assimilare le concezioni morali europee. Questo orientamento verso il modello occidentale risultò lampante nei tentativi di rendere la legislazione penale più sistematica e comprensibile. A tal fine vennero istituite le Commissioni legislative, organi temporanei incaricati di redigere un nuovo codice di leggi, composti da funzionari di nomina statale e da rappresentanti eletti dei vari ceti sociali.
Nella bozza del “Codice penale” del 1754–1766 comparve un articolo sul “peccato di sodomia”, le cui pene variavano in base all’età dell’imputato. Per i minori di 15 anni era prevista la fustigazione con verghe sottili. Per i ragazzi di età compresa fra i 15 e i 21 anni, alle vergate si aggiungeva la relegazione in un monastero “a scopo correttivo”. Agli uomini adulti, invece, spettavano colpi di knut e l’esilio a vita in Siberia.
Il progetto non fu mai approvato, ma evidenzia un mutamento di prospettiva: al posto della pena di morte, venivano proposte misure alternative, più “leggere” solo in quanto non contemplavano l’esecuzione capitale, ma pur sempre molto severe in sé e per sé.
Il caso di Grigorij Teplov
Negli anni Sessanta del Settecento si discusse il caso dell’influente uomo di Stato Grigorij Nikolaevič Teplov. I suoi servi della gleba sporposero una denuncia accusandolo di molestie. All’epoca, in Russia i nobili potevano effettivamente costringere i propri servi all’intimità. Nell’ambiente aristocratico, la violenza sessuale poteva rappresentare un modo per ostentare il proprio potere e ribadire la propria “mascolinità” secondo i canoni tipici di quel mondo.
Molto spesso reclami simili non portavano ad alcuna sanzione per il nobile di turno. Lo Stato preferiva archiviare questi casi, probabilmente nel timore che il riconoscimento ufficiale della colpevolezza di una persona altolocata potesse alimentare il malcontento dei contadini, minando la stabilità del sistema imperiale.
Nel caso di Teplov, Caterina II rigettò le accuse. L’indagine venne chiusa e ben presto lo stesso Teplov ricevette una promozione con la nomina al Senato, uno dei massimi organi direttivi e giudiziari dell’Impero. Quanto ai contadini che avevano avuto l’ardire di denunciarlo, furono esiliati in Siberia.
Teplov era stato sposato due volte ed era padre di tre figli. Per il Settecento la cosa non costituiva una contraddizione. Le relazioni omosessuali potevano convivere col matrimonio eterosessuale, dal momento che spesso quest’ultimo svolgeva una funzione essenzialmente sociale o fungeva da copertura per salvaguardare l’onore familiare e scongiurare gli scandali. Fra le indagini penali per sodomia giunte fino a noi, risulta che gli accusati fossero uomini sposati.

“Vergogna e disonore” in vece delle punizioni corporali
In un secondo momento, la direzione segnata dal Voinskij ustav si attenuò ulteriormente. Nel Nakaz (“Istruzione”) di Caterina II del 1767, in cui l’imperatrice espose le basi della sua politica e i princìpi per la futura legislazione, le punizioni corporali per i rapporti omosessuali non venivano più menzionate. Caterina riteneva che la “vergogna e il disonore”, vale a dire la pubblica condanna, potessero rappresentare una misura più che sufficiente.
Buona parte del Nakaz affondava le proprie radici nel pensiero dell’Illuminismo europeo, il movimento intellettuale settecentesco che invocava leggi maggiormente razionali e umane. Tra gli autori le cui idee furono riprese da Caterina, si annoverano abitualmente Montesquieu, Diderot e d’Alembert.
«Tutte le pene con le quali si possa sfigurare il corpo umano devono essere abolite.»
— Caterina II
Contemporaneamente, in Europa accadeva proprio il contrario. Nel 1768, nell’Impero austriaco, entrò in vigore la Constitutio Criminalis Theresiana (il codice penale dell’imperatrice Maria Teresa), la quale confermava la pena di morte per le relazioni omosessuali. Il codice conteneva persino delle appendici recanti illustrazioni di macchine per la tortura e le relative istruzioni per l’uso.
Scandalo in monastero: come la Chiesa gestiva casi del genere
Nel 1767 giunse al Sinodo una denuncia dal Monastero di San Macario di Želtovod, situato nell’attuale regione di Nižnij Novgorod. Nell’Impero russo, il Sinodo (o Santo Sinodo) costituiva l’organo supremo per l’amministrazione della Chiesa e fungeva nel contempo da massima corte ecclesiastica.
La denuncia fu presentata dall’archimandrita Ambrogio (Amvrosij), priore del convento, per segnalare che il monaco Anatolij – in precedenza relegato nel monastero a causa di colpe pregresse – intratteneva regolarmente dei rapporti intimi con il suo giovane aiutante Vasilij. In tale contesto, il “giovane aiutante” era un ragazzo in servizio al monastero per svolgere svariate commissioni minori.
Prima di interpellare il Sinodo, Ambrogio aveva tentato di risolvere la faccenda all’interno delle mura. Aveva implorato Anatolij di porre fine alla relazione, e quest’ultimo si era pentito promettendo di emendare la propria condotta: aveva infatti giurato di non incontrare più Vasilij, ma dopo poche settimane i due erano stati nuovamente sorpresi insieme.
In seguito a ciò Vasilij venne interrogato e confessò di continuare a incontrare il monaco. Aggiunse persino di essere molto turbato per via di un altro flirt di Anatolij con un ragazzo diverso, un inserviente giunto da poco. Come castigo, Ambrogio ordinò che entrambi i giovani venissero frustati e rimandati dalle proprie famiglie nei villaggi limitrofi. Eppure, a dispetto di tutto, qualche settimana più tardi Anatolij e Vasilij vennero ancora una volta visti insieme.
A quel punto Ambrogio si rivolse al Sinodo. L’inchiesta scaturita dalla sua querela portò alla luce non soltanto l’idillio proibito, ma anche un profondo conflitto intestino al monastero. Nei fascicoli d’indagine fioccarono accuse reciproche di tradimento tra Anatolij e lo stesso Ambrogio.
La questione si risolse come segue: Anatolij fu trasferito in un altro monastero, mentre l’archimandrita subì un formale richiamo. Tale provvedimento non fu dovuto al fatto che avesse condotto male le indagini, bensì alla sua decisione di appellarsi direttamente al Sinodo senza prima interpellare l’arcivescovo. Secondo le regole, infatti, simili reclami dovevano passare per il superiore ecclesiastico a livello regionale. Ambrogio, dunque, fu punito per aver infranto la procedura amministrativa.
Questa vicenda dimostra come le autorità ecclesiastiche potessero esibire una certa clemenza verso le relazioni omosessuali in seno al clero, nel senso che non miravano a condurre la prassi processuale sino alla punizione più atroce. Formalmente, queste imputazioni non ricadevano nel campo del diritto laico, giacché le norme penali sui rapporti omosessuali si applicavano unicamente ai soldati. Ciononostante, il Sinodo manteneva le sue specifiche misure disciplinari: poteva esonerare i religiosi colpevoli dalle loro mansioni oppure imporre loro un’epitimia, ossia il divieto di ricevere la comunione per un determinato periodo di tempo. In questa storia, a farne le spese più di tutti furono proprio i due ragazzi.

Qualora un episodio affine si fosse verificato nella maggior parte delle nazioni europee del Settecento, i soggetti coinvolti avrebbero quasi certamente affrontato la pena di morte. In Russia, nonostante le contaminazioni europee nel diritto e nella cultura, i legami omosessuali non erano ancora avvertiti come una minaccia all’ordine pubblico, e solo raramente diventavano oggetto di vere e proprie persecuzioni. Erano intesi piuttosto come una deviazione dalla norma, non già come un grave delitto che lo Stato avesse l’obbligo di punire con la massima severità.
Soltanto verso la fine del XVIII secolo, in alcuni Paesi del Vecchio Continente si cominciarono ad attenuare le sanzioni per le relazioni omosessuali. Tra il 1780 e gli anni Novanta del Settecento, in Austria e in Prussia la condanna a morte fu tramutata in reclusione carceraria o internamento in istituti correzionali. In Francia, nel pieno della Rivoluzione, il nuovo codice penale del 1791 abrogò i reati “contro la moralità”, ivi inclusi i rapporti omosessuali.
In Russia, al contrario, prese progressivamente piede una tendenza inversa. Nel 1832, sotto il regno di Nicola I, l’Impero russo introdusse la perseguibilità penale per il “peccato di sodomia” anche per la popolazione civile. Questo articolo fu infatti inserito nel diritto penale generale e non più soltanto nelle normative militari. Ma questo è già il tema del nostro prossimo articolo.
Bibliografia e fonti
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