Di che sesso è Dio nell'Antico Testamento?
Un testo di teologia queer sulla natura asessuata del Dio cristiano.
Contenuti

In molte religioni antiche, le divinità maschili venivano raffigurate con una sessualità esplicitamente accentuata.
Nella Bibbia il quadro è diverso. Dio si rivela attraverso la storia di Israele e le parole dei profeti; queste rivelazioni sono raccolte nei testi dell’Antico Testamento. In essi, Dio definisce se stesso il Padre di Israele. Questo non significa che Dio sia concepito come un maschio. Il linguaggio biblico utilizza termini maschili, ma non riduce Dio al sesso maschile.
Cosa mostra la grammatica dell’ebraico antico
Per capire perché Dio nella Bibbia venga descritto in termini maschili, è necessario fare riferimento al testo ebraico.
La Bibbia inizia con le parole: «Bereshit bara Elohim» — «In principio Dio creò» (Genesi 1:1). Il verbo «bara» è alla forma singolare maschile. Allo stesso tempo, «Elohim» ha una forma plurale. Nell’ebraico antico, tale forma può essere associata sia al genere maschile che a quello femminile. «Elohim» è uno dei nomi biblici di Dio; letteralmente la parola significa «dei», ma viene utilizzata anche per riferirsi all’unico Dio di Israele.
Ciò è evidente anche in altri passi della Scrittura. Nel Primo libro dei Re, la parola «Elohim» viene usata in contesti diversi. In un caso si riferisce a Jahvè: «così dice il Signore, Dio d’Israele» (1 Re 11:31). Nell’altro, ad Astarte: «hanno abbandonato me e si sono prostrati davanti ad Astarte, dea dei Sidonii» (1 Re 11:33). Di conseguenza, la forma «Elohim» di per sé non è legata esclusivamente a un unico genere grammaticale e può riferirsi a diverse entità divine.
Nell’ebraico antico, il genere maschile svolge spesso una funzione neutra e viene utilizzato come impostazione predefinita. Si applica non solo agli uomini, ma anche agli oggetti inanimati. Per questo motivo, la maggior parte delle forme nel testo biblico è al maschile. Tuttavia, ci sono delle eccezioni. Nel libro della Genesi, lo Spirito di Dio è chiamato con la parola «ruach», un sostantivo femminile. Anche il verbo che ne descrive il movimento, «rachaf» («aleggiava»), è al femminile (Genesi 1:2). Nella Bibbia questo verbo compare solo due volte; la seconda volta è in Deuteronomio 32:11: «come un’aquila che veglia la sua nidiata». E anche lì viene usata la forma femminile. Questo dimostra che il linguaggio biblico, in alcuni casi, ammette anche una sfumatura grammaticale femminile nella descrizione dell’azione divina.
Allo stesso tempo, i pronomi personali riferiti a Dio nell’Antico Testamento sono costantemente al maschile. Una delle rare eccezioni è talvolta considerata Numeri 11:15. Nel testo masoretico, Mosè usa un suffisso di seconda persona femminile rivolgendosi a Dio: «se Tu [femm.] mi tratti così, fammi morire piuttosto». Tuttavia, più avanti nello stesso versetto compare una forma maschile: «ai Tuoi occhi». Nella versione samaritana, in questi punti è presente solo il genere maschile. Pertanto, la forma femminile nella tradizione masoretica può essere considerata un errore di copiatura; ciò è annotato nell’apparato critico della BHS (Biblia Hebraica Stuttgartensia, l’edizione standard del testo biblico ebraico).
Nelle Scritture si ripetono costantemente anche formule al maschile, come ad esempio «vayomer Elohim» e «vayomer YHWH» — «e Dio disse». Il verbo «disse» in queste costruzioni è sempre al maschile. La forma femminile «vatomer» non viene mai usata in riferimento a Dio. Questa costanza dimostra che il testo biblico descrive coerentemente Dio utilizzando il genere grammaticale maschile.
Tuttavia, la grammatica è solo una delle chiavi per comprendere l’immagine biblica di Dio. Altrettanto importante è la prospettiva teologica, in cui le forme linguistiche si relazionano a significati più ampi.
Approcci teologici
Alcuni biblisti del XIX e XX secolo ritenevano che nei тексты dell’Antico Testamento si fossero conservate tracce di concezioni mitologiche mediorientali più antiche: sumere, accadiche e cananee. Secondo questa ipotesi, la prima visione del mondo biblica includeva motivi matriarcali, successivamente reinterpretati in un sistema patriarcale. All’interno di questo approccio, la terra nella Bibbia veniva intesa come un principio femminile che partecipa alla co-creazione con Dio: Dio e la terra, insieme, danno vita all’essere umano. Oggi questo punto di vista è generalmente considerato obsoleto e non è supportato dalla maggior parte degli studiosi.
Il teologo americano Stanley Grenz ha individuato quattro approcci principali al modo in cui il sesso e il genere di Dio vengono compresi nell’Antico Testamento. Questi approcci spiegano in modo diverso perché la Scrittura utilizzi immagini connotate dal punto di vista del genere per descrivere il Divino.
Il primo approccio propone di demitologizzare il linguaggio figurato e di non intendere letteralmente le forme di genere riferite a Dio. Secondo Grenz, gli autori delle Scritture si servirono di caratteristiche umane per rendere Dio più comprensibile. Allo stesso tempo, Dio non è né maschio né femmina: non ha sesso e si colloca al di là delle categorie umane. La Bibbia stessa sottolinea la differenza tra Dio e l’essere umano, ad esempio nella formula: «Dio non è un uomo» (1 Samuele 15:29).
Il secondo approccio interpreta le descrizioni bibliche come un’indicazione del fatto che Dio possieda un sesso definito. Questa posizione può portare alla conclusione che Dio sia di natura maschile, e talvolta persino che sia letteralmente un maschio. Le teologhe femministe hanno criticato aspramente questo punto di vista. Una delle risposte più note appartiene a Mary Daly: «Se Dio è maschio, allora il maschio è Dio». Questa formula è diventata una tesi polemica, ma non è stata accolta da nessuna chiesa.
Il terzo approccio distribuisce i tratti divini in base al genere: al Padre e al Figlio vengono attribuite caratteristiche maschili, mentre allo Spirito Santo quelle femminili. In alcune versioni di questo modello, il principio femminile è associato non solo allo Spirito, ma anche al Figlio. Tuttavia, i testi biblici, in particolare il Nuovo Testamento, non offrono basi solide per una simile divisione. Lo stesso Jahvè può essere descritto come compassionevole e amorevole, e allo stesso tempo essere chiamato Padre. Anche laddove Dio è raffigurato attraverso metafore tradizionalmente considerate femminili, ciò non implica un cambio di sesso.
Il quarto approccio, il più radicale nella teologia femminista, propone di ripensare l’immagine di Dio come principio femminile. In questa prospettiva, il divino viene associato o all’immagine della Grande Madre — simbolo di fertilità e cura — oppure a una nuova rilettura della Trinità attraverso Sophia, che personifica la saggezza divina. In tal caso, Dio viene concepito non come padre, ma come madre: fonte di vita, di cura e di forza creatrice.
Le immagini materne di Dio e i loro limiti
I testi biblici ammettono effettivamente il paragone di Dio con una madre. Nel profeta Isaia, Dio dice: «come una madre consola un figlio, così io vi consolerò» (Isaia 66:13) e «si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai» (Isaia 49:15). Queste immagini sottolineano la tenerezza e la forza dell’amore di Dio, inclusi i suoi tratti materni.
Tuttavia, né nell’Antico né nel Nuovo Testamento Dio viene mai chiamato madre. Ciò indica una distinzione fondamentale tra il Creatore e il mondo creato: Dio trascende le categorie umane, compreso il sesso. Pertanto, l’uso del genere maschile nel linguaggio biblico non riflette l’essenza di Dio, ma la forma storica e culturale del linguaggio religioso ebraico antico.
I tentativi di rintracciare nelle credenze preistoriche l’immagine originaria di una divinità femminile, la cosiddetta Grande Madre, non hanno prodotto risultati convincenti. L’ipotesi che alla base della tradizione religiosa si celi un’ipostasi femminile di Dio non trova conferma né nelle fonti bibliche né nei dati della cultura antico-orientale. L’immagine di Sophia, sebbene espressa da una parola di genere femminile, non è presentata nelle Scritture come una divinità femminile a sé stante.
La studiosa Tikva Frymer-Kensky lo ha formulato in questo modo: «di solito immaginiamo il padre come punitivo e la madre come compassionevole, e tendiamo a definire i passi in cui Dio esprime compassione come “passi materni”, e quelli in cui Dio pronuncia un giudizio o annuncia una punizione come “passi paterni”. Tuttavia, il testo biblico stesso non opera una simile distinzione e Dio, in quanto genitore, va oltre la nostra concezione di genere dei ruoli genitoriali. Lo stesso genitore può essere contemporaneamente severo e compassionevole, punitivo ed emotivo».
Perché la tradizione biblica preferisce le immagini maschili
La ministra presbiteriana americana Elizabeth Achtemeier ha proposto una spiegazione del perché nella Bibbia Dio venga descritto prevalentemente attraverso immagini maschili, a differenza delle religioni dell’Antico Oriente, dove agiscono sia dei che dee. A suo avviso, la questione non riguarda solo la struttura patriarcale della cultura biblica. Tale strategia linguistica aveva lo scopo di impedire la confusione tra il Creatore e la creazione: un rischio tipico delle religioni in cui le divinità di forma femminile sono strettamente legate ai cicli naturali, alla nascita e alla sessualità:
«La ragione principale di questa designazione di Dio al maschile è che il Dio della Bibbia non permetterà di essere identificato con la sua creazione… Se Dio viene raffigurato utilizzando un linguaggio femminile, emergono immediatamente immagini legate al portare in grembo, al parto e all’allattamento… Una dea femminile ha generato il mondo! Ma se la creazione scaturisce dal corpo della divinità, essa condivide la sostanza della divinità; la divinità è dentro, attraverso e sotto tutte le cose, e pertanto tutto è divino… Se Dio viene identificato con la creazione, alla fine noi stessi diventiamo dei e dee — e questo è il più grande peccato primordiale (Genesi 3)».
— Elizabeth Achtemeier
I critici di questo argomento fanno notare che anche le metafore maschili possono portare alla sacralizzazione della sessualità non meno di quelle femminili. Anche nelle religioni dell’Antico Oriente le divinità maschili manifestano spesso un’attività sessuale. Pertanto, la domanda rimane: perché nella tradizione biblica Dio è presentato proprio come «egli» e non come «ella»?
La Bibbia non risponde a questa domanda. Tuttavia, secondo Achtemeier, si può presumere che il pericolo di una totale identificazione di Jahvè con una dea, e quindi con la sessualità sacra e la funzione procreativa, apparisse maggiore rispetto all’uso di una metafora maschile. Il principio femminile nelle culture antiche era strettamente legato alla procreazione e alla funzione sessuale, e tale legame era percepito come naturale e immediato.
La biblista Tikva Frymer-Kensky ha fatto un’osservazione simile basandosi sul materiale della cultura sumera, che può essere estesa a molti sistemi religiosi dell’Antico Oriente. Secondo lei, gli uomini potevano ricoprire ruoli sociali non legati all’anatomia, mentre il potere femminile era inteso come direttamente determinato dal corpo. Le dee governano la riproduzione, la sessualità e la fertilità: funzioni che la società considera l’essenza della natura femminile. Pertanto, la donna, sia essa umana o divina, in tali sistemi viene associata in primo luogo alla corporeità e alla funzione riproduttiva.
Dio non ha sesso
Né il terzo né il quarto approccio concordano con la struttura dei testi biblici o con il contesto religioso dell’antico Vicino Oriente. Il fatto che la Bibbia descriva Dio attraverso metafore maschili e femminili non significa che Dio sia ontologicamente, cioè nel suo stesso essere, un maschio o una femmina.
Ciò è evidente già dalle prime righe delle Scritture, a partire dal racconto della creazione del mondo nel libro della Genesi. La tradizione ebraica va oltre la divisione tra maschile e femminile. L’essere umano è creato a immagine di Dio e riflette le qualità intrinseche del Creatore: la capacità di entrare in relazione, di mantenere l’unità nella diversità e di interagire con l’alterità. La sessualità, in questo contesto, appartiene solo al mondo creato e non intacca la natura di Dio stesso. In questo senso, Dio rimane radicalmente “altro” rispetto a qualsiasi creatura.
A differenza delle divinità dei culti antico-orientali, a cui venivano spesso attribuiti tratti e funzioni sessuali, Jahvè nelle Scritture è privo di connotati fisici sessuali. Egli non «feconda» la terra attraverso un atto di accoppiamento, come fanno gli dei della fertilità. Dio conferisce direttamente alla terra la capacità di dare frutti e continua a sostenere la vita senza partecipare ad atti sessuali. Nell’Antico Testamento non vi è inoltre alcuna menzione di una sposa di Jahvè o di una qualsiasi unione divina.
Sebbene nell’Antico Testamento si incontrino immagini di Dio sia maschili che femminili, esse rimangono delle metafore. I profeti e i poeti gli attribuiscono qualità note attraverso l’esperienza umana della maternità: compassione, cura, tenerezza. Tuttavia, nessuna di queste immagini sacralizza il principio femminile. Al contrario, il rifiuto di tale sacralizzazione resta uno dei tratti fondamentali della concezione biblica di Dio.
Il teologo franco-americano Samuel Lucien Terrien sottolineava che l’antico Israele differiva radicalmente dalle culture vicine nella comprensione del legame tra sessualità e divinità. A differenza delle religioni del Vicino Oriente e del Mediterraneo, la fede israelitica insisteva sulla totale trascendenza di Dio rispetto alla natura. Gli jahvisti, i salmisti, i profeti e i saggi non identificavano Dio con le forze naturali e perciò non lo pensavano in categorie di sessualità. Per loro, Dio non era né maschio né femmina.
Gli antichi israeliti non evitavano il tema della sessualità, ma lo separavano coerentemente dalla sfera del sacro. La sessualità, secondo le loro concezioni, non poteva essere un mezzo di comunione con Dio. Allo stesso tempo, il linguaggio con cui parlavano di Dio si basava naturalmente sull’esperienza umana. Da qui derivano sia le caratteristiche maschili che quelle femminili con cui venivano descritte le Sue azioni e le Sue qualità.
L’opposizione ai tentativi di identificare il Creatore con la creazione è uno dei temi centrali delle Scritture. Proprio questo spiega il rifiuto da parte di Israele dei culti della fertilità, tipici della tradizione religiosa cananea, dove la sessualità veniva divinizzata. La Bibbia evita deliberatamente di attribuire a Dio un principio femminile che avrebbe potuto favorire un ritorno a tali concezioni.
Al tempo stesso, la Scrittura mostra chiaramente che: sebbene Dio sia indicato come «Egli», ciò non significa che il maschile esaurisca completamente la Sua essenza. Jahvè trascende qualsiasi categoria sessuale e rimane al di fuori della divisione binaria in maschile e femminile.
Cosa dice la Chiesa
Per i primi Padri della Chiesa è caratteristica un’impostazione teologica comune: utilizzavano immagini materne in riferimento a Dio, ma evitavano i pronomi femminili.
Clemente Alessandrino sottolineava in Dio sia qualità materne che paterne, senza tuttavia passare a un linguaggio femminile. Anche Sant’Agostino utilizzava metafore legate alla femminilità. In entrambi i casi non si trattava di riconoscere una natura femminile di Dio, ma di un linguaggio figurato.
San Giovanni Damasceno spiegava che nell’essere umano la nascita è legata alla differenza dei sessi e richiede la partecipazione di un uomo e di una donna. A Dio questo principio non è applicabile. Egli scriveva: «nell’essere umano la natura è maschile o femminile… Ma Dio, che supera ogni cosa e ogni comprensione, è privo di tale distinzione». San Gregorio di Nissa, commentando le parole «Dio creò l’uomo… maschio e femmina» (Genesi 1:27), sottolineava: «nell’immagine di Dio non c’è divisione in maschile e femminile».
I primi pensatori cristiani avvertivano che immaginare letteralmente Dio come un essere dotato di sesso è un grave errore. Tertulliano ironizzava sul fatto che attribuire un sesso a Dio significa metterlo sullo stesso piano degli dei pagani che generano figli. San Gregorio Nazianzeno scriveva: «Per noi Dio è Padre, poiché ha generato il Figlio prima di tutti i secoli, e Dio è Madre, poiché si prende cura e nutre la creazione; ma nella sua essenza Dio non è né l’uno né l’altra, perché supera ogni nostra parola».
In generale, questa visione corrisponde all’orientamento complessivo della tradizione teologica cristiana. Tuttavia, sorge poi una domanda a parte: esistono delle differenze tra le chiese stesse?
La Chiesa ortodossa
La teologia ortodossa parte dal presupposto che Dio, per la Sua natura, supera le concezioni umane, inclusa la categoria del sesso. Dio è Spirito (Gv 4:24): invisibile, immateriale e incorporeo. Di conseguenza, non possiede tratti fisici riconducibili al sesso maschile o femminile. Tutte e tre le Persone della Trinità, nella Loro essenza divina, non appartengono né al genere maschile né a quello femminile.
Questo concetto è sottolineato anche dalla tradizione dogmatica. Il Catechismo della Chiesa Ortodossa Russa parla di Dio come di uno Spirito Perfetto invisibile e incorporeo: non ha né mani, né piedi, né alcun «aspetto esteriore» materiale. Pertanto, la teologia ortodossa ritiene inapplicabile parlare del «sesso di Dio» in senso letterale. Questa concezione è condivisa da tutte le Chiese ortodosse locali: russa, greca, serba, antiochena e altre.
Allo stesso tempo, nella tradizione ortodossa vengono utilizzati pronomi e forme maschili in riferimento a Dio. Questo non significa che Dio sia concepito come un uomo. Si tratta di una convenzione linguistica. Nelle lingue dotate di genere grammaticale, ad esempio in quelle slave e romanze, il maschile svolge spesso una funzione generalizzante e può indicare persone indipendentemente dal sesso, mentre il femminile di solito specifica. Nelle lingue prive di genere grammaticale, come ad esempio quelle turche, tale contrapposizione non esiste, e la questione stessa verrebbe posta in modo diverso.
Nei primi secoli del cristianesimo, l’iconografia ortodossa evitava di raffigurare Dio Padre. Ciò corrispondeva alla formula biblica: «Nessuno ha mai visto Dio» (Gv 1:18). La Chiesa ammetteva principalmente immagini simboliche della Trinità. La raffigurazione più canonica divenne quella della Trinità dell’Antico Testamento: i tre angeli che fecero visita ad Abramo (Gen 18). È proprio questo il soggetto utilizzato da Andrej Rublëv nella sua celebre icona. I tre angeli sono raffigurati in modo quasi identico, senza alcuna enfasi sui tratti sessuali. In questo modo veniva trasmesso il pensiero dogmatico: Dio, nella Sua essenza, è al di fuori del sesso, sebbene possa manifestarsi sotto forma di Uomini che parlano con la voce del Signore.

Nei secoli XVI e XVII, in Russia si diffusero le raffigurazioni della cosiddetta Trinità del Nuovo Testamento: Dio Padre nelle sembianze di un anziano con la barba bianca, il Figlio nelle vesti del giovane Gesù, lo Spirito Santo sotto forma di colomba. La Chiesa guardava con diffidenza a questa tradizione antropomorfica, che attribuiva a Dio tratti umani. Il Grande Sinodo di Mosca del 1667 stabilì che Dio Padre non dovesse essere raffigurato in forma umana, tranne nei casi in cui Dio stesso si fosse rivelato in tale modo in una visione, ad esempio come l’«Antico dei giorni» nel profeta Daniele (Dan 7:9). Questa decisione aveva lo scopo di proteggere i fedeli da una concezione letterale di Dio come «uomo» nel senso comune del termine.
All’inizio del XX secolo, nel pensiero teologico russo fece la sua comparsa la dottrina della Divina Sophia, o Sapienza di Dio. Fu sviluppata, in particolare, da Vladimir Solov’ëv e dall’arciprete Sergej Bulgakov. All’interno di questa corrente si tentò di introdurre nel linguaggio teologico l’immagine dell’«eterno femminino» come dimensione peculiare della Divinità. La Chiesa respinse queste idee, vedendo in esse una minaccia al dogma della Trinità. Nel 1935, la Chiesa ortodossa russa fuori dalla Russia condannò ufficialmente la «sofiologia» di padre Bulgakov in quanto contraria alla dottrina ortodossa.
I teologi ortodossi contemporanei sottolineano lo stesso concetto fondamentale: la tradizione cristiana non ha mai inteso Dio come un maschio in senso umano. L’arciprete Alexander Schmemann osservava che il linguaggio delle Scritture è plasmato non da stereotipi sociali, ma dalla rivelazione: Dio definisce Se stesso Padre per esprimere una relazione d’amore, non delle caratteristiche sessuali. Il metropolita Kallistos (Ware) scriveva che in Dio sono contemporaneamente presenti — e superate — le qualità che le persone associano abitualmente a entrambi i sessi: la misericordia può essere paragonata all’amore materno, la forza a quello paterno, ma Dio Stesso è, nella Sua essenza, al di sopra del sesso.
La Chiesa cattolica
Il Catechismo della Chiesa Cattolica (§239) afferma che Dio trascende la distinzione umana dei sessi. Egli non è né uomo né donna: Egli è Dio. Al contempo, il tradizionale appellativo di Dio come Padre, secondo il Catechismo, esprime due significati. In primo luogo, Dio è l’origine di tutto ciò che esiste e il Signore del mondo. In secondo luogo, Egli si manifesta come un genitore buono e premuroso, vicino all’essere umano.
Sebbene nella tradizione cattolica siano consolidate forme maschili per rivolgersi a Dio, esse non vanno intese in senso letterale. Dio non possiede un corpo e pertanto non ha sesso nel senso umano del termine.
Il Catechismo sottolinea inoltre che la paternità umana corrisponde solo in parte alla vera realtà della paternità di Dio. L’esperienza dei genitori terreni può fungere da punto di partenza per la conoscenza di Dio, ma è sempre limitata e soggetta a distorsioni.
In altre parole, il linguaggio teologico utilizza immagini accessibili all’essere umano per parlare della natura inesauribile e trascendente di Dio. Come si legge nel Catechismo: «Nessuno è padre quanto lo è Dio».
Il Protestantesimo
Nell’introduzione alla raccolta «Lezionario in linguaggio inclusivo» (An Inclusive Language Lectionary), pubblicata dal Consiglio Nazionale delle Chiese degli Stati Uniti, che riunisce diverse confessioni protestanti, si afferma: il Dio adorato dagli autori della Bibbia e che la Chiesa adora oggi non può essere considerato come dotato di sesso, razza o colore della pelle.
I Mormoni
La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni ha una concezione della Trinità diversa dalla maggior parte delle confessioni cristiane. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono qui intesi come tre persone distinte, ciascuna di sesso maschile e di natura maschile. Inoltre, la teologia mormone afferma l’esistenza di una Madre Celeste, la divina sposa di Dio Padre. Secondo questa dottrina, tutti gli esseri umani sono figli spirituali di questi due genitori celesti.
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Il testo biblico parla coerentemente di Dio al maschile, ed è proprio così che solitamente si parla di Lui. Ma questo richiede una precisazione. Quando si parla del «genere maschile» o della «mascolinità» di Dio, ci si riferisce in primo luogo alla forma grammaticale della lingua, e non al sesso biologico o a caratteristiche sessuali. Il genere grammaticale in sé non rende Dio un maschio in senso umano.
Da ciò non consegue nemmeno un divieto sull’uso del linguaggio inclusivo nella comunicazione tra le persone. La Bibbia descrive Dio in un modo particolare, ma questo non esclude un uso linguistico rispettoso e diversificato in altri contesti.
Bibliografia e fonti
- Giovanni Damasceno. Esposizione esatta della fede ortodossa.
- Achtemeier E. Why God Is Not Mother: A Response to Feminist GodTalk in the Church.
- Daly M. Beyond God the Father: Toward a Philosophy of Women’s Liberation. [Al di là di Dio Padre: verso una filosofia della liberazione delle donne]
- Davidson R. M. Flame of Yahweh: Sexuality in the Old Testament.
- Frymer-Kensky T. Law and Philosophy: The Case of Sex in the Bible.
- Grenz S. J. Is God Sexual? Human Embodiment and the Christian Conception of God.
🙏 Queer Theology of Christianity
Introduction