Cosa scrissero gli antichi greci sull'omosessualità nell'antica Persia — e quanto c'era di vero
Erodoto, Platone, Plutarco, Senofonte, Eschilo, Ateneo e altri.
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I concetti moderni di “omosessualità” ed “eterosessualità” presero forma nella scienza medica europea verso la fine del XIX secolo e non sono applicabili alle società antiche. Nel mondo antico, le relazioni sessuali non erano definite dal sesso del partner, ma dallo status sociale, dall’età, dalla distribuzione del potere e dalla distinzione tra ruolo attivo e passivo.
Per comprendere come le società antiche immaginassero la sessualità altrui, è utile un approccio imagologico, ovvero lo studio di come una cultura descrive e costruisce l’immagine dell’«altro». Per il mondo dell’antica Grecia, questo «altro» era la Persia della dinastia achemenide, un impero che si estendeva dalle coste del Mar Egeo alla valle dell’Indo, dall’Egitto all’Asia centrale, e rappresentava l’antitesi di civiltà rispetto a un’Ellade frammentata e democratica.
Storici, filosofi e viaggiatori greci ci hanno lasciato un corpus di testi ampio ma contraddittorio sui costumi, le tradizioni e la vita quotidiana dei persiani. Le questioni relative al sesso, ai ruoli di genere e alle pratiche omoerotiche occupavano un posto di rilievo in queste descrizioni.
Alcuni autori affermavano che i persiani avessero mutuato la tradizione dell’amore tra persone dello stesso sesso proprio dai greci. Altri insistevano sul fatto che tali relazioni esistessero in Oriente sin dai tempi antichi, assumendo forme specifiche, come lo sfruttamento sessuale degli schiavi eunuchi evirati.
Il grado di attendibilità di queste testimonianze è oggetto di un lungo dibattito. Potevano trattarsi di un’etnografia in parte veritiera, oppure di uno specchio deformante in cui si riflettevano le paure, gli ideali e i conflitti interni degli stessi elleni.
Il modello greco dell’amore omosessuale
Prima di analizzare i testi greci sulla sessualità persiana, è necessario comprendere il modello greco stesso. Lo sguardo verso lo straniero non può essere spiegato senza sapere come una cultura valuta se stessa.
Nella società dell’antica Grecia, l’omosessualità maschile si sviluppò prevalentemente sotto forma di pederastia, ovvero una relazione socialmente accettata e asimmetrica per età tra un cittadino adulto (l’erastès, l’«amante») e un adolescente libero (l’eròmenos, l’«amato»). Questa pratica non era marginale: era intessuta nella trama della riproduzione sociale e politica dell’élite.
Un uomo maturo, dotato di esperienza di vita e peso politico, prendeva sotto la propria ala protettrice un giovane appartenente alla sua stessa cerchia, generalmente aristocratica. La pederastia era considerata una nobile istituzione volta a forgiare il coraggio.
Il sistema aveva tuttavia confini rigidi. Il ruolo passivo per un cittadino adulto era stigmatizzato. Un giovane a cui iniziava a spuntare la barba doveva assumere il ruolo di erastès oppure interrompere tali relazioni sposando una donna per perpetuare la stirpe. Un uomo adulto che si lasciava penetrare subiva il disprezzo pubblico, veniva accusato di effeminatezza e rischiava di perdere i propri diritti politici.
Con questo bagaglio – in cui l’amore maschile era associato all’aristocrazia, alla libertà civile e al valore militare, pur essendo rigorosamente regolato in base all’età e ai ruoli – i greci volsero lo sguardo verso la Persia.
Nell’Impero achemenide, la realtà politica e sociale era strutturata diversamente. I persiani non avevano cittadini indipendenti: tutti, inclusa la più alta nobiltà, erano considerati «schiavi» del Re dei Re. Non disponevano di ginnasi cittadini con il culto del corpo maschile nudo. La loro religione, lo zoroastrismo, postulava concezioni molto diverse sulla purezza rituale. È all’intersezione di questi due mondi incompatibili che presero forma i testi giunti fino a noi.
Erodoto: «Hanno imparato dai greci»
La più antica testimonianza sulla sessualità persiana appartiene a Erodoto di Alicarnasso (V secolo a.C.). Nelle sue Storie, descrivendo i costumi dei persiani alla vigilia delle guerre greco-persiane, Erodoto nota la loro propensione ad adottare le tradizioni straniere: indossano l’abito medo, ritenendolo più bello del proprio, e in battaglia utilizzano corazze egizie. Successivamente, fa la seguente affermazione:
«I persiani sono pronti ad accogliere ogni genere di usanza straniera… Dai greci, per esempio, hanno imparato l’amore per i fanciulli. Ognuno di loro sposa diverse mogli legittime, e si procura un numero ancora maggiore di concubine» (1.135).
Affermando che l’Impero persiano avesse mutuato la pratica dell’amore omosessuale proprio dai greci, Erodoto colloca la civiltà ellenica nella posizione di donatore culturale. In questa logica, la pederastia è un segno di alta cultura, una pratica elitaria che i barbari ritennero opportuno e prestigioso adottare dagli illuminati elleni.
Questa tesi si inquadra nella teoria generale di Erodoto sullo sviluppo dello Stato persiano. Egli traccia il percorso dei persiani dai rudi montanari ai tempi di Ciro il Grande fino alla nobiltà immersa nel lusso dell’epoca di Serse. L’adozione di costumi stranieri, inclusi quelli erotici, funge da sintomo di un allontanamento dall’originaria severità morale.
Gli storici moderni e gli studiosi del Vicino Oriente antico considerano questa affermazione una forte distorsione e un classico esempio di proiezione ellenocentrica: il trasferimento delle proprie concezioni su una realtà estranea.
Le pratiche omosessuali, incluse le relazioni tra uomini adulti e giovani, erano note nel Vicino Oriente molto prima che i persiani entrassero in contatto con il mondo greco sulle coste dell’Asia Minore. Menzioni di prostituzione maschile, culti omoerotici e contatti tra persone dello stesso sesso si ritrovano in testi mesopotamici, nelle leggi assire e in papiri egizi. L’idea che i persiani abbiano dovuto aspettare l’arrivo dei greci per scoprire l’esistenza delle relazioni omosessuali non regge alla prova dei fatti.
Erodoto, in quanto greco, non poteva o non voleva riconoscere lo sviluppo indipendente di istituzioni sessuali complesse in un’altra cultura. Vide nell’aristocrazia persiana qualcosa che ricordava la pederastia greca e attribuì al fenomeno un’origine ellenica.
Plutarco: lo sfruttamento sessuale degli eunuchi presso i persiani
L’affermazione di Erodoto non rimase senza risposta. Alcuni secoli dopo fu contestata da Plutarco di Cheronea (I–II secolo d.C.), uno dei biografi e filosofi più illustri dell’Impero romano, di origini greche.
Plutarco, platonico e patriota dell’Ellade, scrisse un trattato polemico intitolato Sulla malignità di Erodoto. Al suo interno, accusa il predecessore di simpatizzare per i barbari (definendolo «filobarbaro») e di sminuire sistematicamente le imprese dei greci.
Nel quadro di questa polemica, Plutarco affronta anche il passaggio sull’origine dell’omosessualità in Iran. Rigetta l’idea di un’acquisizione proposta da Erodoto e afferma:
«Erodoto continua sulla stessa scia: “I persiani si uniscono ai fanciulli; lo hanno imparato dagli elleni”. Ma com’è possibile che i persiani debbano questo insegnamento ai greci se – come quasi tutti concordano – l’usanza di evirare i fanciulli si instaurò presso di loro molto prima che solcassero per la prima volta il mare ellenico?».
Come prova (capitolo 13 del trattato), Plutarco adduce l’usanza persiana della castrazione dei fanciulli, la quale, a suo avviso, esisteva fin da tempi antichi e aveva una motivazione sessuale.
L’argomentazione di Plutarco svela un ulteriore strato dell’imagologia antica, non meno parziale dell’approccio erodoteo. Se Erodoto mirava a «ellenizzare» le élite persiane, Plutarco, al contrario, ne sottolinea la radicale diversità, radicata nella violenza e nel dispotismo.
Per un libero cittadino greco dell’epoca classica, la castrazione era un crimine mostruoso, un atto di degradazione che privava l’individuo della propria essenza maschile e del diritto di partecipare alla vita della polis. Associando l’omosessualità persiana esclusivamente agli eunuchi, Plutarco riproduce un’immagine familiare ai greci: l’Oriente come regno di lusso perverso e crudeltà, dove i sovrani mutilano i corpi dei sudditi per soddisfare la propria lussuria.
La storiografia moderna dipinge un quadro diverso. I lavori dello storico dell’Impero achemenide Pierre Briant, autore di From Cyrus to Alexander: A History of the Persian Empire [Da Ciro ad Alessandro: Storia dell’Impero persiano], dimostrano che le concezioni antiche degli eunuchi persiani come schiavi sessuali effeminati sono del tutto errate.
Nell’Impero achemenide, così come in quello assiro che lo aveva preceduto, gli eunuchi costituivano un elemento cruciale dell’amministrazione statale. La castrazione non serviva a scopi erotici, ma politici. Gli eunuchi ricoprivano alte cariche nell’amministrazione, guidavano eserciti, governavano province ed erano i più stretti confidenti del sovrano. Il loro vantaggio rispetto all’aristocrazia tradizionale risiedeva nella fedeltà assoluta: un eunuco non poteva generare figli, non poteva fondare una propria dinastia né trasmettere il potere per via ereditaria e, di conseguenza, non aveva alcun motivo per usurpare il trono.
Briant e altri studiosi evidenziano come a corte esistessero diverse categorie di eunuchi. Oltre ai servitori fisicamente castrati, c’erano alti dignitari provenienti dalla nobiltà persiana che portavano questo titolo come rango onorifico non legato all’evirazione. Ad esempio, Bagoa, sotto Artaserse III, ricopriva la carica di visir e deteneva un potere tale che, secondo le parole di Diodoro Siculo, governava di fatto l’impero.
L’affermazione di Plutarco, secondo cui i persiani avrebbero storicamente castrato i fanciulli appositamente per avere rapporti omosessuali, è il frutto di paure ellenistiche e romane e dell’incomprensione di come funzionasse la burocrazia mediorientale.
Platone: l’amore tra uomini come minaccia politica per la tirannia
Il tema dell’omosessualità persiana assume un significato politico nelle opere di Platone. Egli ricorre all’immagine della Persia per affrontare problemi di filosofia politica: l’atteggiamento del potere nei confronti dell’amore tra uomini diventa per lui un indicatore della natura del sistema statale.
Un’affermazione chiave si trova nel dialogo del Simposio. Al centro dell’opera vi è una competizione tra intellettuali ateniesi – Socrate, il commediografo Aristofane, il generale Alcibiade e altri – che pronunciano discorsi di elogio in onore di Eros. Nel discorso di Pausania viene proposta un’analisi della regolamentazione legislativa della pederastia in vari Stati (182b–c).
Pausania sostiene che in Ionia (le città greche dell’Asia Minore) e in molti altri luoghi sottoposti al dominio dei barbari (cioè dei persiani), la pederastia sia severamente condannata e proibita. Platone mette in bocca al suo personaggio la spiegazione dei motivi di tale divieto:
«…mentre nella Ionia e in molti altri luoghi, ovunque governino i barbari, ciò è ritenuto vergognoso. Per i barbari, infatti, a causa dei loro regimi tirannici, anche la filosofia e l’educazione ginnica appaiono come qualcosa di riprovevole. Credo che a quei governanti non convenga affatto che nei sudditi nascano pensieri elevati o si consolidino amicizie e alleanze, cose che l’amore di cui stiamo parlando è straordinariamente in grado di favorire, insieme a tutte le altre pratiche».
Per Platone, l’amore tra uomini è legato alla questione della libertà e della solidarietà civile. Nella sua concezione, l’Eros non è un semplice desiderio carnale, ma una forza capace di ispirare coraggio, disprezzo per la morte e tensione verso la verità. L’attaccamento romantico e sessuale tra uomini genera una solidarietà pericolosa per la tirannia: gli amanti sono pronti a sacrificare la vita l’uno per l’altro e non tollereranno ingiustizie.
In questo modello, la Persia rappresenta una tirannia assoluta, basata sulla paura e sulla disunione dei sudditi. Il potere teme l’Eros perché i forti legami personali rendono le persone più audaci e indipendenti. Vietando i legami omosessuali tra i popoli sottomessi, il despota li priva della capacità di resistere.
Gli storici moderni richiamano l’attenzione su un sottile dettaglio nel testo di Platone: i persiani proibivano la pederastia per i loro sudditi. Ciò implica indirettamente che i sovrani e l’alta aristocrazia potrebbero non essersi preclusi tale pratica. Il divieto non fungeva da norma morale universale, ma da strumento di controllo politico: l’amore nobile era un privilegio dei padroni, inaccessibile agli schiavi.
Sesto Empirico: «Presso i persiani è consuetudine»
Un’ulteriore prospettiva emerge secoli dopo nelle opere del filosofo e medico Sesto Empirico (a cavallo tra il II e il III secolo d.C.). Sesto Empirico fu un esponente dello scetticismo pirroniano, una corrente di pensiero che sosteneva l’inconoscibilità della verità, affermando che qualsiasi giudizio dogmatico porta al turbamento della mente.
Nella sua opera Lineamenti pirroniani, Sesto Empirico ricorre al metodo delle antitesi: per dimostrare che nessuna affermazione morale è assoluta, contrappone i costumi di certi popoli alle leggi di altri. Nel primo libro (paragrafo 152) scrive:
«Opponiamo, inoltre, la consuetudine al resto, per esempio alla legge, dicendo che tra i persiani è in uso l’accoppiamento tra maschi, mentre tra i romani è proibito dalla legge agire in tal modo».
Gli storici invitano ad accostarsi a questa testimonianza con cautela. Sesto Empirico non stava scrivendo un trattato etnografico sull’Impero achemenide, scomparso cinque secoli prima della sua nascita per mano dell’esercito di Alessandro Magno. Agiva piuttosto come filosofo e polemista, ricorrendo a stereotipi a scopo argomentativo.
È possibile che la sua affermazione si basasse sulla realtà dell’Iran partico o della prima età sasanide, con cui l’Impero romano combatteva guerre continue. Più verosimilmente, tuttavia, il filosofo si limitò a sfruttare la tradizione inaugurata da Erodoto.
Nell’arsenale intellettuale greco-romano, l’immagine dell’Oriente era duplice: dimora di rudi despoti che vietavano l’amore (secondo Platone) e, allo stesso tempo, regno della licenziosità (secondo Plutarco). Sesto Empirico scelse la sfaccettatura del mito che meglio si adattava al suo argomento: dimostrare ai conservatori romani e greci del suo tempo che le loro norme non costituivano una legge di natura universale, dal momento che i persiani consideravano la questione in modo molto diverso.
Il solo fatto che il topos della «tolleranza persiana» potesse circolare nell’ambiente intellettuale della tarda antichità come qualcosa di ovvio, dimostra fino a che punto le proiezioni letterarie greche si fossero distaccate dalla realtà storica.
Altre fonti antiche
Oltre ai quattro autori principali, il tema dei costumi e della sessualità dei persiani è stato affrontato anche in altri testi greci.
Eschilo, nella tragedia I Persiani (472 a.C.), non menziona l’omosessualità, ma fu lui a instillare nell’immaginario greco il persistente stereotipo dell’effeminatezza persiana. I suoi uomini persiani sono «molli figli del lusso». Questa «femminilizzazione» dell’immagine della Persia divenne la base su cui gli autori successivi costruirono i propri giudizi sui ruoli di genere e sessuali dei persiani.
Nella sua Ciropedia, Senofonte riporta un episodio satirico sul comandante persiano Sambula, che si era preso un giovane favorito «alla maniera greca». Alla domanda se avesse adottato l’usanza ellenica, Sambula risponde:
«Per Zeus, — rispose Sambula —, provo piacere sia a stare con lui che a guardarlo» (Ciropedia, 2.2.28).
L’episodio ha un tono ironico: il greco Senofonte descrive un persiano che imita i greci. Ciò conferma che la tesi di Erodoto sull’acquisizione culturale circolava attivamente nella letteratura greca del IV secolo a.C.
Ctesia di Cnido, un medico greco che prestò servizio alla corte achemenide, scrisse un’opera intitolata Persica (giunta fino a noi solo in frammenti e riassunti). Pur non concentrandosi sul tema dell’omosessualità, fu proprio Ctesia a introdurre nella letteratura greca il motivo dei potenti eunuchi di palazzo, dotati di un accesso esclusivo al sovrano.
Nei frammenti superstiti vengono menzionati l’eunuco Artossare, «che godeva di grande influenza presso il re», e Bagapate, «che controllava l’accesso alle stanze più intime del palazzo». In seguito, questo motivo divenne il fondamento degli stereotipi erotizzati sulla corte persiana, stereotipi che Plutarco avrebbe poi sfruttato.
Ateneo, nella sua monumentale opera I deipnosofisti (a cavallo tra il II e il III secolo d.C.), riprende l’idea di Erodoto:
«E anche i persiani, secondo l’affermazione di Erodoto, appresero questa usanza dai greci» (I deipnosofisti, 13.603a–b).
La realtà storica: lo zoroastrismo e la corte achemenide
La ricerca moderna ci permette di confrontare le descrizioni greche con ciò che si sa del vero Iran antico.
La religione dominante tra i popoli iranici era lo zoroastrismo (mazdeismo), un sistema dualistico fondato sullo scontro cosmico tra il creatore di tutto il bene, Ahura Mazda, e lo spirito della distruzione, Angra Mainyu. Il primo zoroastrismo è noto principalmente attraverso l’Avesta, la raccolta dei testi sacri compilata nel corso di molti secoli. E qui emerge un netto contrasto con l’idea greca della tolleranza persiana. I testi zoroastriani mostrano un’intolleranza intransigente nei confronti dell’omosessualità maschile, e in particolare del sesso anale.
La fonte principale di questi precetti è il Vendidad (Videvdat), un codice di norme giuridico-religiose volto a mantenere la purezza rituale. Nel diritto zoroastriano dell’epoca non si faceva distinzione tra rapporti anali omosessuali ed eterosessuali: entrambi erano considerati una contaminazione ed erano severamente puniti. L’immissione del seme – simbolo di vita e creazione – nel retto, associato allo sporco e alla morte, veniva percepita come un crimine cosmico: un inutile sperpero di energia divina a vantaggio dei demoni.
Come conciliare questa ortodossia con i resoconti sui comportamenti omoerotici delle élite persiane descritti dai greci? Gli storici propongono alcune spiegazioni.
Il fattore cronologico. Il Vendidad è scritto in avestico recente, ma il testo giunto a noi fu compilato nella sua forma definitiva solo in epoca partica o sasanide, a distanza di secoli dalla caduta degli achemenidi. Nelle Gatha, la parte più antica dell’Avesta attribuita al profeta Zarathustra in persona, non si trovano maledizioni così esplicite nei confronti dell’omosessualità. Alcuni studiosi ipotizzano che nella cultura delle prime tribù nomadi iraniche (sciti, battriani) potessero esistere pratiche tolleranti, capaci di includere figure come gli sciamani androgini (gli Enarei) di cui parlava anche Erodoto.
Il fattore della pratica imperiale. La Persia achemenide era un conglomerato multiculturale. Il Re dei Re non imponeva un unico codice o dogma religioso ai propri sudditi, da Babilonia all’Egitto. L’idealismo religioso dei sacerdoti magi, custodi della purezza rituale, si scontrava spesso con il pragmatismo della corte. L’aristocrazia persiana che governava le satrapie occidentali (Lidia, Ionia) si trovava in stretto contatto con la cultura greca. Gli storici ritengono che, in queste cerchie d’élite, i concetti ellenici dell’amore tra uomini possano aver avuto un’influenza reale sul comportamento dei dignitari persiani; costoro adottarono quindi forme di espressione omoerotica, ignorando i severi divieti del Vendidad.
Quando i greci descrivevano la tolleranza persiana, è assai probabile che stessero osservando lo stile di vita di questo sottile strato di nobiltà cosmopolita, piuttosto che la quotidianità del contadino persiano ortodosso.
È significativo che gli autori tardo-antichi, che scrissero dell’Iran partico e protosasanide, dipingano un quadro del tutto diverso. Lo storico romano Ammiano Marcellino (IV secolo d.C.) affermava in modo categorico:
«La maggior parte di loro si abbandona smodatamente alla lussuria ed è a stento appagata da una moltitudine di concubine; dalle relazioni illecite con fanciulli essi sono immuni» (Res Gestae, 23.6.76).
Alle sue parole fanno eco quelle del pensatore siriano Bardesane (II–III secolo d.C.), le cui osservazioni ci sono pervenute attraverso Il libro delle leggi dei paesi e tramite citazioni di Eusebio di Cesarea:
«Al di là dell’Eufrate, procedendo verso est, chi viene bollato come ladro o assassino non se ne risente troppo; ma se a un uomo viene dato del sodomita, costui si vendicherà al punto di uccidere l’accusatore».
In queste tarde testimonianze si riflette con ogni probabilità non più l’ambigua realtà della corte achemenide, bensì la rigida morale zoroastriana dell’epoca partica e sasanide. Durante il periodo dei Sasanidi (III–VII secolo d.C.), quando lo zoroastrismo divenne una severa religione di Stato, ebbe inizio una sistematica e diffusa persecuzione dell’omosessualità.
I testi greci come specchio dei pregiudizi ellenici
Qualsiasi tentativo di ricostruire la vita intima degli antichi persiani basandosi esclusivamente sui testi dei loro vicini occidentali e avversari politici richiede un’analisi critica rigorosa. I greci guardavano ai persiani attraverso la lente dei pregiudizi legati alla polis, dei propri ideali di mascolinità e del terrore di perdere la libertà.
Ciascuno degli autori esaminati perseguiva i propri scopi. Erodoto intendeva riaffermare la superiorità culturale degli elleni. Eschilo dipinse il ritratto di una barbarie effeminata. Senofonte fece dell’ironia sull’imitazione altrui. Plutarco volle sottolineare la crudeltà dei persiani. Ctesia popolò la letteratura di potenti eunuchi. Platone si servì della Persia come di un utile espediente per creare un contrasto con la libertà. Sesto Empirico la utilizzò per illustrare la relatività della morale. Ateneo, infine, compilò affermazioni altrui assemblandole in un trattato d’intrattenimento. Nessuno di loro si era prefissato l’obiettivo di fornire una descrizione oggettiva di una cultura straniera.
La storiografia moderna, avvalendosi dei contributi dell’archeologia e dell’iranistica, permette di ripulire questo quadro dalle sedimentazioni del mito. In tal modo, al posto del caricaturale «regno del vizio» o dell’idealizzata «culla della tolleranza», emerge una società viva e ricca di contraddizioni, in cui la severa ortodossia zoroastriana conviveva con il pragmatismo della corte, e dove la nobiltà cosmopolita conduceva uno stile di vita ben diverso da quanto prescrivevano i sacerdoti.
Bibliografia e fonti
- Mottahedeh, Roy P. Male Homoerotic Practices in Achaemenid Persia: An Overview. Archai. 2024.
- Lenfant, Dominique. Polygamy in Greek Views of Persians. Greek, Roman, and Byzantine Studies 59. 2019.
- Lenfant, Dominique. Les Perses vus par les Grecs. 2011.
- Forsén, Björn; Lampinen, Antti (eds.). Oriental Mirages: Stereotypes and Identity Creation in the Ancient World. Franz Steiner Verlag.
- Briant, Pierre. From Cyrus to Alexander: A History of the Persian Empire.
- Erodoto. Storie.
- Platone. Simposio.
- Sesto Empirico. Lineamenti pirroniani.
- Senofonte. Ciropedia.
- Ctesia. Persica (frammenti).
- Ateneo. I deipnosofisti.
- Eschilo. I Persiani.
- Ammiano Marcellino. Res Gestae.
- Bardesane. Il libro delle leggi dei paesi.
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